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Barbara Frale, la sindone e l'Ordine del Tempio

Che Il Giornale pubblichi alcune mie osservazioni circa una questione che - diciamolo - va avanti ormai da troppo tempo è un qualcosa che fa certamente piacere. Purtroppo, in questi casi, il rischio di finire in un tritacarne mediatico è dietro l'angolo. E' bene dunque specificare alcune cose: io mi occupo di cronachistica, di storia genovese, di rapporti tra Genova e il Mediterraneo, di intrallazzi tra repubbliche marinare, di crociate e mondo levantino. Certo, ho letto qualcosa sui Templari; i miei interessi vertono in particolare sui rapporti tra questi ultimi e i genovesi. Bazzicando il latino medievale ligure, ho trovato qualcosa di interessante, da non tacere, e mi sono limitato a fornire ulteriori elementi di riflessione. Non tocca però a me - per il momento - tentare di interpretare i dati. Solo chi ha passato tanto e tanto tempo su quelle carte può essersi fatto un'idea del linguaggio, degli usi, dei costumi, dell'universo mentale templare. In ogni caso, se il mio apporto può essere utile, lo fornisco volentieri.

Repliche alla Frale sulla Sindone: «Scritte fraintese»- Il Giornale, 6 giugno 2010

Non si placano le polemiche sul presunto passaggio della Sindone di Torino tra le mani dei Templari: dopo l’articolo di Sergio Luzzatto sul Sole 24Ore, che una settimana fa ha attaccato Barbara Frale, la studiosa dell’Archivio Segreto Vaticano autrice di due libri editi dal Mulino e dedicati all’argomento, e dopo la risposta che la stessa studiosa ha dato a Luzzatto sul Giornale, il dibattito continua.

Massimo Vallerani, medievista all’università di Torino, conferma le sue critiche e ritiene indebita la lettura della Frale, che ha interpretato un passo di un documento del processo ai Templari sciogliendo il termine fusteu (con la u e il segno abbreviativo) non in fusteum («di legno») ma in fustanium («di stoffa»), ritenendo dunque che i cavalieri del Tempio adorassero non una statua di legno bensì un’immagine visibile in un telo, cioè la Sindone, che avrebbero segretamente custodito per almeno cento anni. Vallerani spiega al Giornale che «solo una deposizione, quella di un certo Arnaut Sabatier, menziona un “lino” (lineum) che aveva l’immagine di un uomo» che il cavaliere «adorò baciando tre volte i piedi». Ma afferma anche che la studiosa avrebbe volutamente ignorato le frasi che precedono e seguono i brevissimi frammenti da lei riportati, «stravolgendo radicalmente il contesto in cui queste ostensioni del lino o del fustagno avrebbero avuto luogo». Vallerani spiega che subito dopo la deposizione di Arnaud Sabbatier, quella nella quale il cavaliere parla di un lineum habentem imaginem hominis, un altro testimone, Petrus de Mossio confessa che adorò quoddam ligneum habens faciem hominis: «Un legno dunque, non un “lino” come ha scritto erroneamente il notaio nella testimonianza precedente o come hanno letto male coloro che lo hanno successivamente interpretato».

Barbara Frale ribatte: «E chi ci dice che la trascrizione sbagliata sia la prima, e non invece la seconda, quella con ligneum? Il mio libro I Templari e la sindone di Cristo ha un taglio agile e divulgativo, non potevo metterci dentro una dissertazione di filologia romanza. Lo storico esamina, valuta le fonti, poi sceglie la lettura che gli sembra più adeguata. Si sa benissimo che il latino medievale ha tante sfumature linguistiche diverse da area ad area. Rimango colpita dalla strategia di attacco portata avanti un anno intero con toni davvero diffamatori contro di me…».
Un ulteriore approfondimento arriva da Antonio Musarra, medievista dell’Università di San Marino [Dottorando N. d. R.], che torna sulle possibili interpretazione dell’espressione signum fusteum.
«Nel latino medievale di area ligure, assai prossimo a quello franco-sudorientale – spiega Musarra – il termine fustus, dal quale deriva l’aggettivo fusteum, oltre al classico significato di “tronco, legno” è attestato anche con il significato di “tessuto, tela”, come si legge nel Nuovo Glossario Medievale Ligure di Nilo Calvini, edito nel 1984». Lo studioso cita poi un altro esempio, tratto dal Vocabolario Ligure Storico-Bibliografico di Sergio Aprosio, edito nel 2001: è attestato nelle «Leges Genuenses del maresciallo Boucicaut» l’uso di fustum per indicare «rotolo di stoffa» o «banda di stoffa centrale».
«È vero – ammette Musarra – siamo già attorno al ’400, ma possiamo affermare con ragionevolezza che il regime linguistico utilizzato al tempo era ancora abbastanza vicino al periodo del processo ai Templari. Del resto, come ha mostrato Simonetta Cerrini, i testi dei Templari sono molto ricchi di parole desunte dal dialetto delle città marinare italiche e il latino medievale è ricco di sfumature linguistiche differenti da una macro-area ad un’altra».
Il termine fusteum era forse utilizzato nella zona ligure e franco-sudorientale come sinonimo di fustaneum o fustanium, si chiede lo studioso? «È forse da collegare con l’arabo Fustat, “tende”? Indicava un “rotolo di stoffa”? Un “telo”? Il dubbio c’è».

Andrea Tornielli

Ed eccoci finalmente alla nuova puntata. Potete leggere la replica di Barbara Frale a questo indirizzo:

www.giornaledistoria.net

Gli Annali di Ottobono Scriba

Gli Annali di Ottobono Scriba (1174-1196) raccolgono l'avvincente avventura del comune di Genova nell'ultimo scorcio del XII secolo. Alle prese con Federico Barbarossa e la terza crociata, con le spedizioni in Sicilia di Enrico VI e con la rivale di sempre, Pisa, la città ha nuovamente bisogno di porre per iscritto le proprie memorie, di renderle ufficiali. Genova si trova infatti ad un punto cruciale della propria storia: ll mutamento ai vertici del governo - il passaggio dalla magistratura consolare a quella podestarile - necessita infatti di una consacrazione pubblica. A rendere possibile l' operazione è uno scriba comunale: Ottobono. Rappresentante del nascente funzionariato civile - di quel notariato comunale che instaurerà in Genova una presenza pressoché totalizzante nell'ambito della documentazione urbana - Ottobono Scriba, continuatore dell'opera di Caffaro e di Oberto Cancelliere, non è un celebre e influente cittadino, paragonabile ai suoi immediati predecessori. Egli appare anzi più come spettatore che come attore dei fatti che descrive. Nonostante ciò la sua opera - vicina agli interessi della classe dirigente dell'epoca - è un prezioso contributo alla conoscenza del periodo, non soltanto per la storia di Genova ma per quella dell'intera Europa mediterranea.

Antonio Musarra

La guerra di San Saba

La guerra di San Saba e il successivo trattato di Ninfeo sono due eventi paradigmatici per comprendere la storia di Genova nel Duecento. Il conflitto, preceduto da decenni di incertezza politica e militare in tutto il Mediterraneo, vide i Genovesi battuti dai Veneziani e scacciati da Acri. Esso fu influenzato da una vero e proprio Grande Gioco in cui i fragili equilibri lentamente conquistati nel corso del tempo risultarono varie volte spezzati e capovolti a seconda delle circostanze. Il tutto con un unico obiettivo: l’espansione commerciale in Oriente.

Per acquistare il libro: PACINI EDITORE

Vi presento qui il mio primo volume, pubblicato grazie al PRIN 2007. Esso narra una storia mediterranea. In particolare è il Mediterraneo Orientale ad essere il luogo privilegiato dal mio racconto, in quanto simbolo di quell’incontro/scontro tra differenti gruppi umani e sociali che, tra XII e XIII secolo, misero in campo una politica economica di stampo prettamente pre-capitalistico e pre-coloniale. Le tre principali potenze economiche italiche si rincorsero infatti in una estenuante lotta per il predominio.

In questo contesto la guerra di San Saba del 1256-1258 spinse indubbiamente verso un celere mutamento dei rapporti di forza presenti nel Mediterraneo. Essa, assieme al successivo accordo tra Genovesi e Bizantini del 1261, fu infatti l'occasione per riformulare l’intera carta politica del Levante. Dopo soli tre anni dalla cocente sconfitta di Acri i Genovesi dimostrarono effettivamente di sapersi riprendere: Costantinopoli fu riconquistata e Genova iniziò quel percorso che la porterà, a fine secolo, ad avere un potere ineguagliato nel Mediterraneo mediante le vittorie su Pisa, prima, e su Venezia, poi. In breve tempo i mercanti genovesi – che solo poco tempo prima avevano dovuto abbandonare Acri – raggiunsero una posizione economica di rilievo a Bisanzio e soprattutto nella penisola di Crimea ove, tra il 1266 e il 1270, fu fondata Caffa, destinata a divenire una delle mete principali dell’asse dei traffici commerciali genovesi. Nel 1267 (o 1268) inoltre, sulla sommità della collina di Galata, di fronte alla capitale bizantina, i Genovesi fondarono Pera, la quale, sino al XV secolo, costituirà il centro della presenza politica e commerciale genovese in Oriente. Assieme all’importante colonia di Chio, celebre per il suo mastice, e a quelle di Mitilene e di Focea, ricca quest’ultima di miniere di allume, Pera, contribuirà ad assicurare ai Genovesi una posizione privilegiata nell’Egeo nord-orientale.

La marineria genovese, alla fine del XIII secolo, assurse dunque a potenza regolatrice dei rapporti inter-mediterranei a motivo del proprio predominio indiscusso sulle principali rotte commerciali del tempo. Poco tempo dopo però anche Genova, oppressa dal debito pubblico e dal risorgere delle discordie interne, abbandonerà la propria posizione dominante a favore di nuove potenze emergenti, in particolare di quella dei Catalani la quale si leverà ben presto minacciosa mediante una pericolosissima guerra di corsa. L’Impero bizantino, indebolito dalle guerre civili, dalla forte recessione economica e dai continui attacchi dei Turchi, a partire dal regno di Andronico III (1328-1341), si troverà nuovamente a dipendere dai Veneziani tanto che, alla metà del Trecento, la supremazia di questi si ristabilirà anche a Costantinopoli: il quartiere veneziano infatti inizierà nuovamente a dilatarsi di fronte al sobborgo genovese di Galata. La lotta tra le due città fu dunque lungi dall’avere un termine. Il dominio dei mari rimase appannaggio delle due marinerie per circa settant’anni, fino all’ ultimo grande conflitto con Venezia culminato nella guerra di Chioggia, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del XIV secolo, che vide proprio quest’ultima riconquistare definitivamente il predominio sui commerci verso l'Oriente.

Antonio Musarra