Dossier: I templari e la Sindone
Da qualche tempo i libri di Barbara Frale sono sottoposti a dura critica. Il volume di Andrea Nicolotti I Templari e la Sindone. Storia di un falso, recentemente edito da Salerno Editrice, confuta molte ipotesi della studiosa. Alle pagine 66 e 67 è fatto il mio nome a proposito di improbabili "bicchieri di stoffa" genovesi citati nel dizionario di latino medievale d'area ligure di Nilo Calvini. Nicolotti tralascia di riferire che io stesso m'ero avveduto dell'errore di Calvini. Egli rimanda in nota ad altra pubblicazione nella quale il fatto era posto in evidenza.Vista l'ampia visibilità del volume in questione ho subito contattato Nicolotti che si è reso disponibile ad aggiungere tale precisazione in una futura (eventuale) edizione del suo volume. Ecco dunque come sono andati i fatti:
1) Il mio coinvolgimento nella questione ha inizio il 6 giugno del 2010 con la pubblicazione del seguente articolo da parte di Andrea Tornielli su Il Giornale:
Repliche alla Frale sulla Sindone: «Scritte fraintese» - Il Giornale, 6 giugno 2010
Non si placano le polemiche sul presunto passaggio della Sindone di Torino tra le mani dei Templari: dopo l’articolo di Sergio Luzzatto sul Sole 24Ore, che una settimana fa ha attaccato Barbara Frale, la studiosa dell’Archivio Segreto Vaticano autrice di due libri editi dal Mulino e dedicati all’argomento, e dopo la risposta che la stessa studiosa ha dato a Luzzatto sul Giornale, il dibattito continua.
Massimo Vallerani, medievista all’università di Torino, conferma le sue critiche e ritiene indebita la lettura della Frale, che ha interpretato un passo di un documento del processo ai Templari sciogliendo il termine fusteu (con la u e il segno abbreviativo) non in fusteum («di legno») ma in fustanium («di stoffa»), ritenendo dunque che i cavalieri del Tempio adorassero non una statua di legno bensì un’immagine visibile in un telo, cioè la Sindone, che avrebbero segretamente custodito per almeno cento anni. Vallerani spiega al Giornale che «solo una deposizione, quella di un certo Arnaut Sabatier, menziona un “lino” (lineum) che aveva l’immagine di un uomo» che il cavaliere «adorò baciando tre volte i piedi». Ma afferma anche che la studiosa avrebbe volutamente ignorato le frasi che precedono e seguono i brevissimi frammenti da lei riportati, «stravolgendo radicalmente il contesto in cui queste ostensioni del lino o del fustagno avrebbero avuto luogo». Vallerani spiega che subito dopo la deposizione di Arnaud Sabbatier, quella nella quale il cavaliere parla di un lineum habentem imaginem hominis, un altro testimone, Petrus de Mossio confessa che adorò quoddam ligneum habens faciem hominis: «Un legno dunque, non un “lino” come ha scritto erroneamente il notaio nella testimonianza precedente o come hanno letto male coloro che lo hanno successivamente interpretato».
Barbara Frale ribatte: «E chi ci dice che la trascrizione sbagliata sia la prima, e non invece la seconda, quella con ligneum? Il mio libro I Templari e la sindone di Cristo ha un taglio agile e divulgativo, non potevo metterci dentro una dissertazione di filologia romanza. Lo storico esamina, valuta le fonti, poi sceglie la lettura che gli sembra più adeguata. Si sa benissimo che il latino medievale ha tante sfumature linguistiche diverse da area ad area. Rimango colpita dalla strategia di attacco portata avanti un anno intero con toni davvero diffamatori contro di me…».
Un ulteriore approfondimento arriva da Antonio Musarra, medievista dell’Università di San Marino [Dottorando N. d. R.], che torna sulle possibili interpretazione dell’espressione signum fusteum.
«Nel latino medievale di area ligure, assai prossimo a quello franco-sudorientale – spiega Musarra – il termine fustus, dal quale deriva l’aggettivo fusteum, oltre al classico significato di “tronco, legno” è attestato anche con il significato di “tessuto, tela”, come si legge nel Nuovo Glossario Medievale Ligure di Nilo Calvini, edito nel 1984». Lo studioso cita poi un altro esempio, tratto dal Vocabolario Ligure Storico-Bibliografico di Sergio Aprosio, edito nel 2001: è attestato nelle «Leges Genuenses del maresciallo Boucicaut» l’uso di fustum per indicare «rotolo di stoffa» o «banda di stoffa centrale».
«È vero – ammette Musarra – siamo già attorno al ’400, ma possiamo affermare con ragionevolezza che il regime linguistico utilizzato al tempo era ancora abbastanza vicino al periodo del processo ai Templari. Del resto, come ha mostrato Simonetta Cerrini, i testi dei Templari sono molto ricchi di parole desunte dal dialetto delle città marinare italiche e il latino medievale è ricco di sfumature linguistiche differenti da una macro-area ad un’altra».
Il termine fusteum era forse utilizzato nella zona ligure e franco-sudorientale come sinonimo di fustaneum o fustanium, si chiede lo studioso? «È forse da collegare con l’arabo Fustat, “tende”? Indicava un “rotolo di stoffa”? Un “telo”? Il dubbio c’è».
Andrea Tornielli
2) Tornielli costruiva il proprio pezzo basandosi su un breve colloquio telefonico e su un articolo che gli inviai via mail (corrispondenza del 4 e 5/6/2010) (in blu ho evidenziato le parti riprese da Tornielli, utili per un raffronto):
La Sindone e i Templari
Da qualche tempo gli studi di Barbara Frale sono al centro di una grande attenzione. E ciò a motivo dell’interpretazione, fornita dalla studiosa nel suo I Templari e la Sindone di Cristo (Il Mulino), di un brano contenuto nel resoconto di un interrogatorio templare risalente al novembre del 1307. Non intendiamo certo fomentare la polemica. Piuttosto vogliamo porre in evidenza, in maniera il più possibile obiettiva, alcuni dati i quali ampliano il quadro della questione, offrendo in tal modo ulteriore materiale di riflessione.
La studiosa non si è espressa ancora definitivamente sulla sua primitiva lettura di “fusteum” nel senso di “fustanium”. Ha detto solo di preferire la seconda lezione in quanto maggiormente confacente al testo. La trascrizione “fustanium” non è dunque un errore ma una scelta. Di quella scelta però non v’è affatto bisogno. Nel latino di area ligure, assai prossimo a quello franco-sudorientale, il termine fustus, dal quale deriva l’aggettivo fusteum, oltre al classico significato di “tronco, legno” è attestato anche con il significato di “tessuto, tela”. Così infatti il Nuovo Glossario Medievale Ligure di Nilo Calvini, edito nel 1984 a cura del Civico Istituto Colombiano di Genova (p. 177). Qualcheduno potrebbe però obiettare che l’opera di Calvini è carente di esempi appropriati (che l’autore dice di risparmiare ai lettori per non appesantire il testo); la voce fustus rinvia infatti ad un altro vocabolo - traffoda - del quale però non si fornisce la traduzione. In ogni caso per Calvini fustus è da tradurre con “tela”. Il termine si trova infatti in un atto rogato a Famagosta nel 1300 dal notaio genovese Lamberto di Sambuceto: “[...] traffodam unam, coclearia quatuor argenti, napos duos de fusto, cogeriam unam de fusto, iaculum unum cum uno parvo de pipere [...]” (Actes passés à Famagouste de 1299 à 1301 par devant le notaire gênois Lamberto di Sambuceto, publiés par C. DESIMONI, Paris, 1894, p. 94). La questione però non convince potendosi tradurre il termine napus con “bicchiere, coppa”, anche se Calvini preferisce tradurlo con “coperta”; rimangono, in ogni caso, incertezze circa il termine cogeriam (“cintura”?).
Sennonché, volendo anche abbandonare Calvini e il suo Glossario, ritroveremmo la stessa lezione nel Vocabolario Ligure Storico-Bibliografico di Sergio Aprosio, edito a Savona, in quattro volumi, nel 2001. Alla voce fustum troviamo infatti due diversi significati: “rotolo di stoffa” - così si legge nelle Leges Genuenses del maresciallo Boucicaut ("Panni de Malinges canne decem parmi tres [...] faciunt ad fustum canne undecim parmi unum quarte tres") - e “banda di stoffa centrale”, nel senso delle bande decorative di oggetti tessili (il riferimento, in particolare, è al pannello di stoffa istoriata posto al centro di una pianeta di seta). E’ vero, siamo attorno al ‘400, ma possiamo affermare con ragionevolezza che il regime linguistico utilizzato al tempo era ancora abbastanza vicino al periodo del processo templare.
Il termine fustum era forse utilizzato come sinonimo di fustaneum o fustanium? Era forse da collegare con l’arabo Fustāt, “tende”? Indicava un “rotolo di stoffa”? Un “telo”? Il dubbio c’é. Anche se non possiamo certo affermare di averlo risolto. Le attestazioni che possediamo infatti non sono abbastanza chiare. Sarebbero necessarie verifiche ulteriori; del resto non semplici, stante l’impressionante mole di documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Genova. Ci pare comunque necessario abbassare i toni della polemica e innalzare quelli della ricerca, unica istanza davvero di rilievo in tutta la questione.
Antonio Musarra
Per le mie repliche alle osservazioni di Nicolotti sulle occorrenze rinvenute clicca qui.
3) Dopo l'uscita del pezzo di Tornielli pubblicavo una versione di questo articolo sul mio sito al fine di specificare le occorrenze da me rinvenute.